Presente e Futuro del Ruolo Sociale della Gruppoanalisi

Il presente articolo è un tentativo di esplorare alcuni dei nodi chiave della psicoterapia oggi, del suo ruolo sociale contraddittorio, molto forte in termini di richiesta e d’uso, ma estremamente fragile come presenza culturale e potere contrattuale complessivo. Si prova anche ad individuare alcune aree di potenziale sviluppo, focalizzando competenze professionali sintoniche con i bisogni sociali stessi.

Parole chiave: Precariato e Precarietà; Legame affettivo; Trauma del futuro, fiducia e speranza.

A cosa siamo oggi chiamati quando ci occupiamo di clinica e psicoterapia?

Cosa vuol dire oggi esercitare un mestiere artigianale difficile come la psicoterapia analitica in una nazione come l’Italia che sembra avere da tempo smarrito un orizzonte comune tra le persone, tra le culture locali, tra un passato molto ricco ed ingombrante ed un futuro sempre più evanescente e imperscrutabile?

Provo spesso a pormi questa domanda, cercando di rintracciare un filo che leghi le tante vicende esistenziali di cui i pazienti con cui condivido i percorsi analitici sono protagonisti, per provare a leggere ed interpretare la funzione sociale residua che questo mestiere ricopre, o può ricoprire.

I dati macro sono spesso molto contraddittori e di non facile interpretazione: da una parte sembra che il peso culturale delle discipline di stretta derivazione psicoanalitica sia sempre decrescente, così come la loro credibilità e il loro prestigio, dall’altro sempre più però aumentano le richieste terapeutiche per le situazioni più disparate, soprattutto tra le giovani generazioni. I corsi di laurea nelle discipline psicologiche sono da anni tra le più frequentate, con un numero elevato di neo-laureati, con scarse prospettive di lavoro qualificato, in un rapporto inversamente proporzionale tra numero di laureati e peso specifico politico e culturale della professione. Le scuole di specializzazione si sono anch’esse moltiplicate negli anni, subendo una brusca contrazione degli iscritti negli anni più recenti. Per i neo specializzati è sempre più problematico inserirsi nelle reti professionali e, conseguentemente, in modo sufficientemente dignitoso nel mercato della libera professione, ben al di là della classica gavetta che tutte le generazioni precedenti hanno dovuto affrontare.

Coloro i quali sono già professionisti sufficientemente affermati, di contro, spesso non riescono a far fronte alla enorme mole di richieste di terapie che costantemente pervengono loro.

Tutto ciò sembra delineare un panorama a macchia di leopardo sullo stato di salute della professione, sulle prospettive di sviluppo della stessa, sui meccanismi di scambio tra le diverse generazioni di professionisti, e delle specifiche competenze delle stesse.

Riflettere oggi sull’efficacia e il ruolo sociale delle psicoterapie analitiche mi sembra che voglia dire provare ad  interrogarsi sinopticamente sulla molteplicità di questi livelli.

Partirei dalla domanda base, quella relativa alla natura del lavoro analitico oggi, per capire quanto i nostri modelli di intervento siano ancora  efficaci, o percepiti come tali.

Una riflessione preliminare mi sembra quella relativa alle richieste di cura che più frequentemente mi vengono rivolte, alle tematiche di fondo che le diverse domande pongono, che sempre più esulano dai più tradizionali quadri diagnostici, che non sono a questi riconducibili o, almeno, riducibili.

Detto in altri termini, il linguaggio da DSM sempre più mi sembra scarsamente utile ed utilizzabile per descrivere le situazioni pazienti con cui quotidianamente lavoro.

Certo, ci sono sempre dei quadri riconducibili alle dipendenze patologiche,  esordi psicotici precoci, più o meno legati all’uso e all’abuso delle sostanze stupefacenti, ci sono i quadri depressivi spesso innescati da lutti improvvisi di varia natura, le ideazioni paranoiche e i vissuti ipocondriaci, però sempre più mi sembra che nulla sia più distante dal lavoro terapeutico e analitico, che spesso rapidamente evolve e si distacca dalle situazioni di innesco della domanda terapeutica, da quanto espresso attraverso il linguaggio nosografico.

Piuttosto mi sembra che le questioni basilari siano più facilmente ragruppabili per fasce di età, come se ciascuna generazione esprimesse un pezzetto specifico e peculiare di un disagio esistenziale proprio, e che se provassimo a mettere assieme tutti i diversi temi espressi da ciascuna fascia generazionale, riusciremmo a comporre un quadro abbastanza fedele del disastro sociale che investe oggi gli italiani, in special modo nel nodo cruciale dei passaggi tra le generazioni.

Dal mio personale osservatorio, le richieste di terapia provenienti da persone adulte, comprese tra i 35 e i 40 anni di età per dare riferimenti di massima, prevalentemente vertono sulla precarietà dei legami affettivi: gravi problemi relazionali con il partner, conflittualità esacerbate, interruzioni brusche di relazioni sentimentali importanti. Una fascia più ristretta, ma molto significativa, intraprende il percorso terapeutico proprio perché totalmente mancante di relazioni affettive e sessuali significative.

Conflittualità  continue, spesso esitanti in comportamenti distruttivi e autodistruttivi, disillusioni rispetto al valore delle relazioni amorose, difficoltà a stare dentro i vincoli che il legame con l’altro comporta, come sfaccettature di una stessa questione che parla della criticità estrema raggiunta oggi dai legami affettivi e sentimentali, che veramente sembrano non reggere più all’impatto delle fragilità narcisistiche personali, ben allevate nel brodo di coltura delle culture contemporanee, prevalentemente solipsistiche, improntate su polarità quali l’affermazione personale a qualunque costo, il successo economico e sociale, il feticismo dell’avere e del godere come regola base dell’esistere, per dirla con le parole di Massimo Recalcati.

Dietro la metafora suggestiva e pregnante della ‘liquidità’ espressa dai lavori di Bauman, spesso ritroviamo dei naufraghi dell’esistenza che hanno scambiato e confuso la cura di sé con la vanità, o viceversa.

Figli reduci delle culture edonistiche degli anni ottanta, per semplificare con uno stereotipo.

Il lavoro analitico in queste situazioni spesso diviene lavoro anaclitico, almeno nelle fasi iniziali delle terapie, in cui essenziale è contenere lo smarrimento e il dolore depressivo, anche perché il più delle volte la fine di una relazione coincide con il crollo traumatico di tutto un sistema illusorio di credenze su di sé e sul mondo, o la messa in crisi di un ‘falso Sé’ , come avrebbe detto Winnicott.

E’ ovvio che inevitabilmente il percorso terapeutico rapidamente evolva centrandosi sulla propria struttura di personalità, sulle  modalità relazionali messe in atto, sui modelli identificatori impliciti ed espliciti agiti e da cui si è agiti.

Mi sembra che l’evidenza analitica ci mostri come la questione di fondo spesso risieda in strutture di personalità tiranneggiate da Ideali dell’IO dogmaticamente assunti, nel disfunzionale rapporto con le immagini idealizzate di Sé vanamente inseguite, e che il vero lavoro trasformativo consista nel ritrovare un rapporto più democratico con i molteplici aspetti della propria personalità non immediatamente rispondenti a tali idealizzazioni. Lavoro in cui, ovviamente, il gruppo terapeutico ed il confronto con gli altri risulta prezioso e fondamentale.

 

Parzialmente diverse sono invece le domande portate da chi sta attraversando la fase dell’esistenza anagraficamente contigua, quella dei giovani adulti, dai 25 anni a seguire, spesso imbrigliati in interminabili percorsi formativi, la generazione più pienamente investita attualmente dalla catastrofe sociale in atto, fatta di precariato, crisi di prospettive accettabili dal punto di vista professionale, indecifrabilità dei possibili percorsi di affermazione esistenziale, quella a cui tutte le strade sembrano a priori precluse. Una generazione ‘arresa’, come definita in seduta da un giovane collega in formazione, con molto disappunto e tanto dolore psichico. E non certamente perché priva, il più delle volte, di personali qualità e doti.

Talenti spesso arenati in esistenze svuotate di progettualità, che il più delle volte prendono la forma delle dipendenze patologiche, spesso del ritiro sociale, a volte di quella psicopatie striscianti, per definirle nei termini utilizzati da Giovanni Stanghellini, nei casi più gravosi.

Il dato che da tempo mi colpisce e mi interroga è sempre legato ad un’assenza, l’assenza del sentimento di fiducia e di speranza nel futuro, molto innaturale rispetto alla fase di vita, sentimento che a volte è molto reattivamente dissimulato e camuffato da una indistinta ambizione personale ancorata ad un dover essere rigido, da ideali dell’Io tirannici orientati da ideologie perfomative fine a se stesse.

Tale assenza mi interroga anche perché mi appare non soltanto come uno specifico generazionale non comparabile con le generazioni precedenti, ma soprattutto perché non rilevabile nei tanti paesi e nazioni in cui in questi anni mi sono ritrovato a viaggiare e lavorare.

Qui sta il nocciolo duro della crisi italiana, e tutti i dati sociologici stanno a confermarlo.

Non è soltanto questione di una disoccupazione giovanile altissima, neppure di occupazioni provvisorie e precarie, ma anche dei tanti che non lavorano, non studiano, non cercano e non attendono nulla.

Tutto ciò da il quadro sufficientemente chiaro della malattia vera che attraversa il paese:

“L’Italia non è come ce la raccontano: abbiamo creduto di crescere e stiamo declinando, la nostra presunta “modernizzazione” é un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza. E nello spazio sempre più ampio che si apre tra presunto benessere e fatica quotidiana del vivere crescono l’invidia, i rancori, l’intolleranza.”

Queste poche righe sono state scritte da Marco Revelli nel suo ultimo libro Poveri, noi, e poste direttamente in copertina, perché un vera e più autentica narrazione sull’Italia contemporanea non é ulteriormente rinviabile o procrastinabile.

Rispetto a tale assenza di fiducia e di speranza, affetti base senza cui difficilmente può esprimersi una soggettiva identità, due sono le domande base da porci.

Una questione, più strettamente pertinente al lavoro analitico, è che relazione esiste tra precariato sociale e precarietà esistenziale?

Cosa genera cosa, in una circolarità difficilmente districabile? Certamente fenomenicamente siamo portati a credere che le condizioni di precariato sociale non consentano un pieno sviluppo di un saldo sentimento di identità personale, che le determinanti economiche sono vincoli molto duri e stringenti per porre le basi materiali per una effettiva autonomia, il raggiungimento della quale non è certamente un optional relativamente allo stesso sentimento identitario.

Come già detto, il lavoro  analitico ci mostra però anche l’aspetto complementare ed opposto, meno evidente e visibile, cioè quanto alla base di tante esistenze precarie alberghino personalità molto fragili, carenti dal punto di vista identitario, identità molto precarie, spesso camuffate dietro maschere sintomatiche estremamente rigide, come nel caso delle dipendenze patologiche.

Massimo Recalcati parla molto di questo nei suoi ultimi testi, di una liquidità che è la faccia complementare di rigidità intrapsichiche con Ideali dell’Io tirannicamente assunti a modello di vita, non stemperate da guida alcuna.

E la ricerca gruppoanalitica già da molto tempo indaga questa relazione tra precarietà e fragilità identitarie e rigidità caratteriali, basta tornare ad esempio al testo di Franco Di Maria e Santo Di Nuovo del 1987 Identità e dogmatismo.

Con la differenza, culturalmente determinata, che oggi gli Ideali dell’Io sono stati determinati da nuove ideologie invisibili, non coincidenti o incarnabili con i sistemi valoriali delle generazioni precedenti, religiosi o politici in prevalenza, piuttosto su un generico imperativo di affermazione individuale, a sua volta coincidente con il presunto diritto a soddisfare a qualunque costo e predatoriamente il piacere personale, in un ‘devo godere’ assunto come unico ideale perseguibile.

Il timore del futuro si esprime soprattutto attraverso la soppressione del desiderio, della funzione desiderante come spinta dinamica per la costruzione dei propri percorsi esistenziali. La soppressione della funzione desiderante è malamente dissimulata dalla voracità a consumare e collezionare esperienze. Formazione reattiva difensiva, che si costruisce su altre formazioni reattive difensive.

E’ fin troppo ovvio rintracciare nella tragedia del berlusconismo i contenitori sociali e culturali che a tutto ciò hanno dato forma e apparente sostanza negli ultimi vent’anni, con la vicenda personale del Premier che si é volutamente e intenzionalmente posto come modello ideale da seguire ciecamente, fino alle attuali conseguenze. Un pieno di parole e immagini, tutte tese a alimentare una venefica immagine illusoria di Sé, che molto problematicamente spesso è tracimata nel destino di una Nazione e dei suoi abitanti.

Vittime, complici o collusi gli italiani di questa tragica illusoria epopea?

Come per la relazione tra precariato e precarietà, voler stabilire primogeniture tra belusconismo e carattere prevalente del popolo italiano rischia di somigliare al classico dilemma tra l’uovo e la gallina. Certo questo è un paese che non ha mai brillato per la qualità delle proprie classi dirigenti, fatto salvo alcune brevi pause in determinati e circoscritti periodi storici (cfr il testo di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato Il ritorno del Principe).

E ciò rimanda una volta di più alle dimensioni del vuoto, dell’assenza.

A proposito di modelli identitari, tutta un’ampia letteratura si è negli ultimi anni centrata sulle trasformazioni del ruolo paterno, trasformazioni talmente radicali che sembrano rimandare ad una sua scomparsa, ad una sua evaporazione, per dirla con Lacan.

La mia ipotesi guida nel quotidiano lavoro analitico è che la condizione di estrema difficoltà e sofferenza in cui riversano le nuove generazioni ha le radici spesso affondate nella crisi del legame solidale tra le generazioni, spesso perchè le generazioni dei padri attuali sono portatori di modelli culturali e esistenziali non importabili dalle nuove generazioni, per crisi di credibilità, di efficacia trasformativa, generazioni o sconfitte culturalmente, o pseudo vincenti, ma portatori di modelli socialmente criminosi e sociopatici.

Questo é un altro aspetto del paradosso tutto italiano, che incarna il disfunzionale rapporto tra le generazioni, padri che massicciamente provvedono al mantenimento e alla soddisfazione dei bisogni materiali  dei figli, molto poco utili e utilizzabili come testimoni per il passaggio generazionale.

Assenze cinematograficamente mostrate dalle vicende di Ciro e Marco, i due adolescenti narrati da Matteo Garrone in Gomorra, o nelle vicende di Cyrill, il protagonista de Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne..

Ma dove si è spezzato il rapporto tra la generazione dei giovani adulti e il futuro? Questa sembra essere la questione che trascende anche le trasformazioni del ruolo paterno, o genitoriale,.

Il futuro non è più quello di una volta.

Questa frase compare sui muri di Milano, e viene ripresa nel testo citato di Revelli.

E questa é l’altra questione: quando è cambiato il futuro? quando e come si è incrinato il rapporto tra alcune generazioni e la propria progettualità?

Una delle forme contemporanee della piccola catastrofe quotidiana in atto sembra essere legata al fatto che sono venute a mancare progressivamente tutti i contenitori sociali in cui si canalizzava il malessere di classe, in cui si dava a questo una forma ed una risposta politica.

La forma partito, ma anche la rappresentanza sindacale, come strumenti non soltanto di lotta e trasformazione dell’esistente, ma anche come luoghi di elaborazioni i collettivi di visioni alternative del futuro, quindi spazi in cui per tanti anni è stato possibile alimentare simbolicamente fiducia e speranza.

Un caposaldo delle teorie marxiste era la sconfinata fiducia nel determinismo storico, e nell’evoluzione della storia come un procedere ineluttabile verso il momento in cui i conflitti di classe sarebbero arrivati al punto di rottura, determinando l’esito rivoluzionario della storia stessa.

Certo già le teorie della complessità, ancor più che gli esiti  non certo fausti dei socialismi reali, avevano messo molto in crisi la valenza ideologica del materialismo dialettico.

Però se facciamo mente locale, non è molto tempo che il rapporto con il futuro è stato assassinato violentemente e scientificamente, almeno nelle sue cariche più vitali e feconde.

Un altro mondo è possibile, questo è stato il motto del più grande movimento trasversale di massa che ha occupato la scena sociale e politica negli ultimi due decenni; questa frase era la sintesi di un grande lavoro per elaborare visioni alternative di futuro ai processi di globalizzazione dell’economia in corso, movimento antagonista mediaticamente denominato no global.

Seattle, Porto Alegre, Napoli, Vancouver, Genova. Alcune delle tappe che hanno segnato l’improvvisa emersione di tanti filoni e tanti soggetti politici che carsicamente dissentivano dall’imperio del pensiero unico neo liberista.

Sembra trascorsa un intera era da quei giorni pieni di speranza e fervore culturale e intellettuale, nei quali milioni di persone di estrazioni e provenienze molto diverse per età, mestiere, classe di appartenenze, nazionalità si incontravano per togliere leggittimità ai vertici economici del WTO, del G8, alle loro pretese di elaborare e determinare le condizioni sociali ed economiche per il mondo intero.

Erano errate le tesi elaborate dalle moltitudini partecipanti a quei movimenti?

Se guardiamo le evoluzioni recenti della storia assolutamente no. La crisi di quel modello di sviluppo portato avanti dai teorici neo liberisti, e dalle politiche dei governanti di quei paesi che di quei vertici facevano e fanno parte, è stata conclamata dalla più disastrosa crisi economica attraversata dal mondo nell’ultimo secolo, esattamente come previsto da tante tesi del movimento no global. La sostenibilità stessa di quel modello non è apertamente più difesa da nessuno, neppure dal Presidente degli USA, che non è più ‘l’utile idiota’ George Bush Jr, dieci anni fa maggiore portavoce del modello new economy, neo liberista, libertà illimitata di consumi, grande è bello, ecc.

Eppure, nonostante la bontà e la lungimiranza di molte delle tesi dei movimenti antagonisti, ad essersi eclissati dalla scena sono stati, in Italia soprattutto, proprio i soggetti stessi protagonisti di quei movimenti.

Quella storia si è interrotta, è stata interrotta traumaticamente e violentemente, a Genova nel luglio 2001, con l’uccisione di Carlo Giuliani, con gli assalti in piazza ai cortei colorati e pacifici dei manifestanti, con l’assalto alla Diaz, con le torture alla Bolzaneto.

L’ultima volta che il rapporto di fiducia e di speranza con il futuro è stato post-traumaticamente mutato ha un luogo, una data, dei volti e dei nomi certi, come certificato anche da sentenze ormai passate in giudicato.

10 anni sono trascorsi da quei giorni, chi oggi ha 25, 26 anni attraversava le strade di Genova a 15, 16 anni. Vorrà pur dire qualcosa, anche per i tanti ragazzi fisicamente non presenti, per i loro fratelli maggiori, per le generazioni oggi maggiormente a rischio di resa e di spreco esistenziale.

Era già successo negli anni ’70, pur con minor concentrazione e visibilità. Le istanze di cambiamento di una generazione generano repressione violenta, ad andare in crisi non è soltanto il movimento, piuttosto l’anima dello stesso, nutrita di fiducia e speranza nel cambiamento e nel futuro.

Ed a partire da quel momento è stato possibile concepire ed approvare tutta una serie di provvedimenti legislativi che progressivamente hanno ridotto i diritti individuali e civili, gli spazi di partecipazione sociale autentica.

Certo sono questioni sociali e politiche, però ricadono direttamente nelle rappresentazioni inconsce che nutrono sogni, progetti, stili di vita dei tanti soggetti concreti che poi chiamiamo pazienti nelle stanze di analisi.

Elaborare questi rimossi lutti generazionali, riannodare le fila interrotte con la fiducia e la speranza con i propri progetti esistenziali, rimembrare che un altro mondo è possibile, che un futuro esiste e che il senso dello stesso è tutto da costruire e determinare, pur dentro vincoli sempre più stringenti, è una delle funzioni terapeutiche maggiormente necessaria oggi.

Più che mai i gruppi  sono necessari luoghi di elaborazione del trauma e del lutto, del risentimento come sentire sociale prevalente, di infusione di fiducia e speranza in un futuro possibile.

La costruzione di un’identità non è affatto un percorso individualistico, è un duro percorso soggettivo che non può in nessun modo prescindere dall’attraversare e vivere forti appartenenze collettive, condivisione di visioni future e di progettualità comuni.

La funzione paterna della testimonianza rivitalizzante i rapporti intergenerazionali può essere assunta oggi primariamente dai gruppi. Non in esclusiva dai gruppi terapeutici, certo, ma il gruppo analitico è un gruppo di lavoro specializzato in questo, tanto più essenziale quindi in un momento in cui i gruppi sociali altri sembrano attraversati da tante difficoltà.

Semplicemente a questo siamo oggi chiamati a rispondere dalle istanze sociali, dai troppi malesseri individuali.

Come formatori nel sostenere nella fiducia e nella speranza le nuove generazioni, intrappolate nel paradosso di confrontarsi con un materiale clinico portato dai pazienti che è il medesimo inciso sulla carne viva delle loro precarie esistenze,

trasmettendo loro anche il coraggio di creare altro dai percorsi professionali da noi percorsi, nuovi luoghi e nuovi modi di spendere nel sociale le tante competenze analitiche e terapeutiche acquisite.

Come terapeuti spendendo le nostre competenze per trasmettere modi possibili di prendersi cura dei legami affettivi, per non restare atterriti dall’incertezza del futuro, annullandolo in un eterno presente sintomatico.

 

 

Bibliografia base

 

Di Maria Franco, Di Nuovo Santo Identità e dogmatismo FrancoAngeli , Milano 1987

Lodato Saverio, Scarpinato Roberto Il ritorno del Principe Chiare lettere, Milano 2008

Lo Piccolo Calogero, Borruso Gioacchino Lavorare assieme agli adolescenti: progettare il futuro, in Gruppi n.4, FrancoAngeli, Milano 2002

Recalcati Massimo L’uomo senza inconscio Raffaello Cortina Editore, Milano 2010

Recalcati Massimo Cosa resta del padre Raffaello Cortina Editore, Milano 2011

Revelli Marco Poveri, noi, Giulio Einaudi Editore, Torino 2010

Stanghellini Giovanni Psicopatologia del senso comune Raffaello Cortina Editore, Milano 2006

 

Materiali video

AA. VV. Maledetto G8, Video L’Espresso Editore, 2001

F. Comencini, Carlo Giuliani ragazzo,

C. A. Bachschmidt, Black Block, Fandango video 2011