Editoriale: Le forme del patire n/della contemporaneità

Nel presentare il tema di questo numero monografico vorremmo sottolineare con forza che non riusciamo più a giustificare un approccio di comprensione (clinica e scientifica) al mentale che non sia connesso al mondo sociale e alle sue caratteristiche storico-culturali. Questo il senso del gioco di preposizioni nel titolo della monografia: Le forme del patire n/della contemporaneità, nell’alternanza n/d è implicita l’impossibilità di stabilire una precedenza o un primato tra i cosiddetti mondo interno e mondo esterno. I contributi che abbiamo scelto si distinguono per densità, intensità e spessore teorico, e spaziano da analisi psicosociali di ampio respiro fino ad entrare più nella clinica individuale, di coppia e famigliare. Tutti convergenti nel pensare il mentale ed il sociale come imbricati l’uno nell’altro inestricabilmente.

Certo, non è semplice riuscire a cogliere le direzioni e il senso dei rapidi cambiamenti in corso in questa convulsa nostra epoca storica, possiamo semplicemente limitarci a mantenere una posizione interlocutoria ed esplorativa e rimanere in ascolto. E in questo difficile ascolto della contemporaneità è ben visibile un comune sentire in tutti gli autori di questa monografia: il sentimento, cioè, che negli attuali codici sociali siano rintracciabili aspetti di criticità, diremmo un alto potenziale iatrogeno, per la vita psichica di tutti noi.

Proprio in ragione di questo, accanto all’analisi dei fattori psicosociali incidenti sull’attuale dolore psicologico – a cui il titolo della monografia fa riferimento –, compito (anche piuttosto esplicito) di questa monografia è soprattutto iniziare l’esplorazione di quali forme della cura per quali forme del patire sono possibili in questa ineffabile contemporaneità. Sul confine della sfida che ci pone questa domanda, si apre un potenziale utile dibattito per il futuro, di cui questo numero può rappresentare solo un primo capitolo.

E a proposito di futuro: una notazione guardando avanti. In tutti gli articoli della sezione monografica troviamo il frequente riferimento alla cosiddetta epoca postmoderna (o ipermoderna o tardo-moderna, come dir si voglia) nella quale ci troviamo. Tale riferimento è certamente un indicatore utile, ricco di cogenti coordinate culturali, una bussola per situarci sul territorio nel quale ci stiamo muovendo, ma il sospetto che tale riferimento risulti, mentre lo utilizziamo, un costrutto divenuto già “angusto” si fa strada in noi.

La sensazione di trovarsi alla fine di un ciclo è forte. Da un lato, infatti, già sentiamo scricchiolare le premesse economico-politiche sulle quali il mondo postmoderno è stato culturalmente edificato: ci riferiamo alla percezione dell’illimitatezza delle risorse planetarie e delle frontiere commerciali (cfr. Tim Jackson, Prosperità senza Crescita. Economia per il Pianeta Reale, Edizioni Ambiente, 2011, testo debitore del lavoro di una commissione governativa britannica che ha approfondito queste tematiche); ed anche alle rappresentazioni della qualità di vita in termini esclusivamente economicistici, divenute ormai vetuste (cfr. Joseph.E. Stiglitz, Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi, La Misura Sbagliata delle nostre Vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale, Etas. 2010, testo debitore del lavoro di una analoga commissione governativa francese.). Dall’altro lato, sembra giunto all’epilogo anche il tipo umano corrispondente, l’homo oeconomicus, del tutto edificato intorno all’interesse personale, e all’utilitarismo come unica e monocratica teoria dell’azione personale e sociale (crr. Alain Caillé, Critica dell’uomo economico. Per una teoria anti-utilitaristica dell’azione. Il Melangolo, 2009, estratto dal lavoro della rivista del M.A.U.S.S.), performato per essere un perfettoconsumatore di merci, di esperienze, di relazioni, disincarnato dal tessuto comunitario, espropriato del proprio tempo, strutturato sul perseguimento di obiettivi immediati, e dunque spesso ignaro del futuro e del passato. Questa narrazione così ideologicamente densa e penetrante del tipo umano prevalente postmoderno sembra essere prossima alla fine del suo ciclo, e forse proprio per questo mostra il fianco alla crisi, non solo quella economica in corso, ma anche valoriale, sociale ed infine anche psichica. Non intendiamo certo manifestare ottimismo rispetto alla certezza e all’imminenza della fine di questo ciclo che molti Autori fanno risalire all’avvento politico neoliberalista della coppia Reagan-Thatcher negli anni ’80 del novecento (cfr Gallino, 2011, Finanzcapitalismo, Einaudi; Barber, 2010, Consumati, Einaudi), se non per l’evidenza razionale che è fortemente e velocemente aumentata la consapevolezza diffusa dei guasti sociali, ambientali e delle disuguaglianze economiche dentro e fuori i Paesi industrializzati.

Nulla di certo ci è dato di sapere dei costrutti come degli scenari sociali futuri, rimane però in noi forte la sensazione che saremo presto chiamati ad un inedito impegno “ricostruttivo”, di ricerca di nuovi stili di vita e nuove forme di convivenza: una nuova scienza della sostenibilità psicosociale si apre, probabilmente, sui nostri futuri orizzonti di curanti, parallelamente ad un analogo sforzo delle scienze della sostenibilità sia ecologica che economica. E fondamentali nel mansionario di questo futuro ricercatore/operatore psicosocialesaranno certamente le competenze gruppali, il sapere essere e fare comunità, il saper comprendere i complessi piani di articolazione e interazione del mentale nel sociale.

Al di là di queste considerazioni di scenario, e tornando nel merito della nostra monografia, la scommessa è stata dunque quella di coniugare in maniera possibilmente non scontata il piano dell’analisi sociale ed il piano della riflessione clinica, utilizzando di fatto, come in genere ci è consono, un preferenziale vertice clinico-sociale.

Percorrendo l’itinerario degli 8 contributi che compongono la parte monografica, e con queste riflessioni che sullo sfondo intanto ci accompagnano, proviamo a evidenziare quali tentativi di prime, interlocutorie, risposte essi ci forniscono.

Il primo contributo di Anna Maria Ferraro: Disidentità: una sola moltitudine o solo molta solitudine? è la più adatta introduzione ai lavori di questo numero in quanto rappresenta una elaborata, puntuale presentazione della propsettiva gruppoanalitica sulle questioni della postmodernità.

Il contributo di Giovanni Stanghellini: Una Società ad Orologeria. Una modesta proposta, d’ispirazione fenomenologica, mette in risalto con notevole lucidità le connessioni attraverso le quali i processi sociali ed i processi identitari risultano embricati oggi. Esso evidenzia in particolare a quali forme di vulnerabilità il nostro apparato psichico va incontro, in questa tarda modernità, in funzione dei mutati vissuti del tempo indotti da nuovi codici socio-lavorativi.

Con il terzo contributo di Corrado Pontalti: Trasformazioni e invarianti del Famigliare in epoca postmoderna, quale pensiero per la clinica? veniamo proiettati nel cuore delle attuali contraddizioni: vengono analizzate le ancora inesplorate conseguenze relative alla profonda discontinuità che la postmodernità ha creato tra il Famigliare e il Sociale, con l’esito che “la famiglia si è trovata ad essere il luogo anomico dell’immaginario socio-antropologico”, fino all’emergere della attuale famiglia nucleare, “una neoformazione sociale che non è più tutelata né dagli antenati né dal sociale”, divenuta di fatto luogo del perturbante. Per questi motivi tale luogo diventa di difficile accesso ai sistemi di cura proprio in quanto sede di conflitti del sociale, ma anche dei conflitti interni ai sistemi di cura stessi.

Il quarto contributo di Gabriele Profita e Giuseppe Ruvolo:Psicopatologia dei legami nel mondo interconnesso, analizza il complesso rapporto tra economia e legami (affetti), un’analisi puntuale che potrebbe apparire “spietata” nell’individuare le stridenti incompatibilità che l’organizzazione postmoderna del lavoro e della vita pone ai bisogni dell’uomo, assoggettandoli ad una dittatura della performance, una vertigine del produrre per consumare, di fatto colonizzando con le logiche lavorative, come esplicitato negli esempi clinici riportati, lo spazio privato dei legami-affetti e del tempo per prendersene cura.

Partendo da una contigua analisi sociale, ma con l’esplicita missiondel fare comunità sociale, l’articolo a cura di Raffaele Barone e Simone Bruschetta: Nuove forme del patire sociale e dell’agire politico. Epistemologie, teorie, metodologie e prassi per una Salute Mentale di Comunità, presenta metodi e teorie delle pratiche d’inclusione e di sviluppo di comunità e di salute mentale anche attraverso l’uso del microcredito, una pratica economico-sociale con innumerevoli risvolti psicologici e gruppali, oltre che propriamente politici.

Più rivolto, invece, alla comunità degli psicoterapeuti, il contributo di riflessione di Calogero Lo Piccolo: Presente e futuro del ruolo sociale della gruppoanalisi, pone assieme considerazioni sulle nuove domande sociali alla psicoterapia (segmentate per generazioni, che a vario titolo appaiono un po’ tutte dolenti e forse anche perdenti), riflessioni sul sentimento della fiducia, riferimenti ad eventi storici recenti come paradigmi di lutti e traumi sociali inelaborati, “più che mai – scrive Lo Piccolo – i gruppi terapeutici sono necessari luoghi di elaborazione del trauma e del lutto, del risentimento come sentire prevalente, di infusione di fiducia e speranza in un futuro possibile”.

Squisitamente clinico il lavoro di Nicolò Terminio: Generazione borderline. Precarietà dei legami familiari e mondo tossicomane, che ci fa entrare nel difficile mondo dell’intervento della comunità terapeutica per tossicodipendenti, dove la sfida nell’accedere alle esistenze borderline (così in aumento in questi ultimi anni) è quella di“riannodare i fili della storia” attraverso la sapiente e paziente ricostruzione degli eventi traumatici.

L’ottavo ed ultimo articolo – Luigi D’Elia: A proposito dell’evanescenza delle coppie contemporanee, torna sulle questioni teorico-cliniche del lavoro operativo con le inedite problematiche della costruzione e del mantenimento dei legami di coppia, divenuti improvvisamente fragili, sullo sfondo delle mutazioni sociali e antropologiche degli ultimi decenni. Viene utilizzato il costrutto “dispercezione” per indicare il modo attuale in cui prende forma “l’equivoco, il fraintendimento profondo e depistante che va a disorientare gli individui riguardo gli obiettivi della coppia”.

Come si evince da questa rapida carrellata, la preoccupazione di tutti gli autori per gli elementi critici per la vita psichica degli attuali codici sociali, attiva in ciascuno riflessioni e pratiche di “cura” oseremmo direriparatorie e forse in parte innovative.

Nelle sezioni tematiche della rivista pubblichiamo tre lavori che, a ben vedere, potrebbero rappresentare altrettante estensioni del tema monografico di questo numero.

Il primo, di  Carlotta Longhi, La Professione di Psicologo di Fronte alla Sfida della Sostenibilità Sociale porta una riflessione sul rapporto tra lo psicologo e la domanda emergente dal contesto sociale.

Il secondo, un lavoro di Barone e Bruschetta Un inquadramento dei Parametri del Set(ting) del Piccolo Gruppo di Microcredito propone un inquadramento dei parametri di set(ing) dei gruppi attraverso i quali viene sviluppato il microcredito.

Infine, un contributo di Roberto Bucci, Un Rapporto di Coppia in Comunità Terapeutica. Elementi di Criticità e Potenzialità Evolutive, è una disamina della complessità e della multivalenza di senso dell’istituirsi di una relazione di coppia all’interno di una comunità terapeutica.

Non ci resta che augurare, anche a nome della redazione di Plexus, agli oltre 920 iscritti alla nostra newsletter e agli ospiti estemporanei della nostra rivista online una buona lettura, con la speranza che la ricchezza di questo numero sia per loro un’occasione di approfondimento e per, chi è meno addentro alle pratiche e ai paradigmi della gruppoanalisi, un’occasione di accesso a pensieri e percorsi nuovi.